Noi credevamo
In occasione delle celebrazioni per il centociquantesimo anniversario
dell'Unità d'Italia,
Giovedì 20 gennaio 2011, presso il cinema Farinelli di Este, le classi quarte
e quinte dell'Istituto parteciperanno alla proiezione del film di Mario
Martone, Noi credevamo.
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SCHEDA DI PRESENTAZIONE DEL FILM
(a cura della professoressa Bianca Tognolo)
Il film di Mario Martone, presentato all’ultima edizione del Festival del cinema di Venezia, e distribuito in Italia solo in una trentina di copie, ha subito provocato reazioni diverse tra i critici, da quelle di chi lo ha accolto con entusiasmo, definendolo un capolavoro, a quelle di chi invece lo ha valutato in termini più o meno negativi, come un’opera didascalica, troppo vicina allo stile degli sceneggiati televisivi o troppo incline a interpretare il passato dal punto di vista del presente.
A nostro parere, senza proporci di esprimere una valutazione estetica o “politica”, si tratta comunque di un’opera che merita attenzione, anche da parte degli studenti delle scuole italiane, per il fatto che, rinunciando deliberatamente ad ogni intento celebrativo e quindi confinando prevalentemente sullo sfondo le figure dei personaggi che tradizionalmente occupano i primi posti nel tradizionale ”album di famiglia” del Risorgimento italiano, di questa vicenda offre invece un’immagine meno ovvia e meno conosciuta, attraverso la ricostruzione documentata di come quelle vicende vennero vissute dai tanti protagonisti rimasti prevalentemente anonimi, ma che, a differenza dei padri nobili della Patria, possono essere più verosimilmente rappresentati per quello che in realtà furono molti di coloro che parteciparono in prima persona alle vicende che portarono all’unificazione dell’Italia, e cioè cospiratori, fuorilegge, attivisti politici che scelsero la lotta armata e quindi di vivere nella clandestinità, terroristi, attentatori alla vita di capi di stato, costretti, per queste scelte, a sopportarne anche tutte le conseguenze, da quella della precarietà di vita a quelle dell’esilio, degli arresti, delle torture, del carcere, fino alle pene più gravi, compresa quella di morte, che, in effetti, dopo aver aperto la scena del film, torna più volte a segnare le vicende narrate.
Il film si ispira all’omonimo romanzo in cui la scrittrice Anna Banti racconta la storia del nonno cospiratore. Il regista e lo sceneggiatore Giancarlo De Cataldo, pur avendo fatto confluire nella loro storia solo una parte del romanzo, hanno voluto conservarne il titolo nella convinzione che questo potesse sintetizzare in modo particolarmente efficace l’immagine che, a distanza di 150 anni, il Risorgimento offre a chi quell’esperienza non ha vissuto, ma di cui ha ereditato gli esiti: il Risorgimento, come più tardi la Resistenza, è visto infatti come un’occasione mancata per costruire un’Italia che, nella volontà e in ciò che “credevano” molti protagonisti, avrebbe potuto essere diversa.
Quello che l’Italia avrebbe potuto essere, ma non è stata, sappiamo bene, e lo sapevano gli ideatori del film, ancora oggi, anzi proprio ora, nella commemorazione dei 150 anni dall’unificazione, è oggetto di discussione o addirittura di messa in discussione. Il film non rinnega l’esito di quelle vicende – l’unificazione della penisola -, non vagheggia secessioni, restaurazioni borboniche o papaline, ma cerca di mettere in risalto ciò che rimase incompiuto o nemmeno tentato.
Lo rivela esplicitamente il regista, quando scrive che l’intento del film era quello di presentare la tormentatissima nascita dello stato italiano, le scelte di un paese eternamente diviso in due, il contrasto dilaniante tra azione e disillusione, dove le divisioni vengono individuate da Martone nello scontro tra monarchici e repubblicani, ma anche in quello già tanto drammatico tra proprietari e ceti subalterni, tra conservatorismo autoritario e democrazia libertaria, tra nord e sud.
In questa prospettiva, il regista e lo sceneggiatore hanno scelto quindi di guardare e interpretare il passato dal punto di vista del presente. Si tratta di un’operazione che, come già osservato, ha lasciato perplessi alcuni critici, ma che comunque va rispettata, anche perché dagli stessi autori è rivelata esplicitamente, non mascherata ipocritamente, come appare all’interno del film nella scelta non di eliminare, ma anzi di mettere in evidenza nella scenografia, alcuni particolari materiali moderni e quindi stridenti nel contesto storico di metà ‘800: i fabbricati abusivi di cemento vista mare (in quel Cilento tornato proprio di recente di tragica attualità per l’uccisione del sindaco, Angelo Vassallo, che a quella devastazione del territorio aveva tentato di opporsi), i vetri antiproiettile in prigione, l’insegna al neon in una strada di Parigi, la scala metallica che conduce alla ghigliottina.
Il film ripercorre quindi, sulla base di un’accurata documentazione, quarant’anni di storia d’Italia (1828 – 1862), suddivisi in quattro fasi successive, attraverso le vicende di personaggi d’invenzione, i tre amici originari del Cilento, Domenico e Angelo, aristocratici, e Salvatore, figlio di un bracciante.
Pochi anni dopo aver assistito, ancora adolescenti, alla sanguinosa repressione dell’insurrezione mazziniana di Palinuro, quando ne vengono decapitati gli organizzatori, i fratelli Capozzoli, i tre amici si affiliano alla Giovane Italia e raggiungono prima Torino, poi Parigi, dove entrano in contatto con l’esule principessa Cristina di Belgioioso Trivulzio, di orientamenti politici liberali e che, pur criticando il settarismo di Mazzini, ne finanziò alcune imprese.
Da Parigi i tre amici partecipano all’organizzazione dell’attentato al re di Sardegna, Carlo Alberto, e alla rivolta in Savoia del 1834, entrambi falliti. Delusi dagli insuccessi, i tre giovani entrano in crisi e vedono crescere tra loro le oggettive differenze di classe, tanto che Angelo finisce per uccidere Salvatore, credendolo una spia.
Nella seconda fase della storia, si segue da vicino la vicenda di Domenico, che nel frattempo aveva ripreso l’attività politica, e che nel 1848 viene arrestato e costretto a passare un lungo periodo di detenzione. In carcere stringe amicizia con altri detenuti politici, ma già con loro emergono divergenze: Domenico, che continua ad essere repubblicano convinto, rimane amareggiato nel vedere molti patrioti reclusi che finiscono per accettare la soluzione monarchica e quindi anche quelle di in meridione subalterno al settentrionale Regno Sabaudo e di un proletariato oppresso dall’egemonia della classe borghese.
L’attenzione quindi si concentra su Angelo che, a Londra, entra in contatto con un esule francese, il repubblicano Simon Bernard, e con l’italiano Felice Orsini, ex – mazziniano, passato poi a posizioni più radicali, mentre i due insieme preparano l’attentato a Napoleone III, ritenuto un ostacolo all'unificazione italiana, per la sua alleanza con il papa.
L’attentato fallisce, mentre intanto provoca la morte di otto civili e il ferimento di altri centocinquanta; Angelo, che vi aveva partecipato, viene catturato, processato e condannato a morte insieme a Felice Orsini.
Nell’ultima parte, Domenico, uscito di prigione, ha davanti agli occhi l’Italia ormai unificata, ma in realtà profondamente divisa, come vede in maniera particolarmente drammatica quando, tornato nel Cilento, trova il meridione sconvolto dalla guerra civile, generata dalla feroce repressione del brigantaggio messa in atto dalle truppe regie.
Domenico, che ha ormai chiuso con l’esperienza mazziniana, partecipa ancora una volta alla lotta armata, tentando di unirsi a Garibaldi che, messosi in marcia verso Roma, viene però fermato e drammaticamente ferito sull'Aspromonte dalle stesse truppe regie.
Domenico, l’unico dei tre amici sopravvissuto all’atto formale dell’unificazione, resta quindi definitivamente deluso quando non riesce ad impedire la morte per mano piemontese del giovane Saverio, figlio orfano di Salvatore, osserva le prime manovre di riciclaggio politico e di trasformismo di cui, in maniera forse un po’ troppo semplicistica, viene presentato come un campione l’ex garibaldino Francesco Crispi, e infine assiste al discorso pronunciato in un’aula del Parlamento tragicamente vuota.
Per coloro che volessero approfondire l’argomento, si suggerisce la visione di almeno altri due film, riferibili alle vicende del Risorgimento e che, già qualche decennio fa, ne avevano proposto una interpretazione originale, si tratta delle due opere che il regista Luchino Visconti realizzò, ispirandosi a due omonimi testi letterari, Senso del 1954, tratto dal racconto di Camillo Boito e ambientato nel nord Italia, e Il gattopardo del 1963, tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e ambientato in Sicilia.
La lettura, oltre al romanzo di Anna Banti, di alcuni saggi storici pubblicati di recente, insieme a quella di altri testi classici, può fornire ulteriori elementi di approfondimento e di confronto riguardo a questo tema che, anche se tornato almeno formalmente in primo piano, è forse poco noto nella sua complessità. Si tratta dei seguenti testi:
Alberto Mario Banti, La nazione del Risorgimento, Torino, Einaudi 2000
Alberto Mario Banti, Il Risorgimento italiano, Roma – Bari, Laterza 2008
Paul Ginsborg, Salviamo l’Italia, Torino Einaudi, 2010
Nel nome dell’Italia, a cura d Alberto Mario Banti, Roma – Bari, Laterza, 2010
Archivio 2010/11




