IL BRIGANTE DI TACCA DEL LUPO
Scheda del film IL BRIGANTE DI TACCA DEL LUPO_
Il film sarà proiettato giovedì prossimo (24 marzo 2011) in occasione della conferenza del prof. Enrico Francia sul tema del brigantaggio meridionale

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Il film, girato nel 1952, è ispirato al romanzo omonimo scritto dieci anni prima, nel 1942, da Riccardo Bacchelli (1891 – 1985), autore di una sterminata e varia produzione in poesia, prosa, teatro e saggistica, ma noto soprattutto per la narrativa di argomento storico che richiama quella manzoniana, come appare in particolare nel suo romanzo più famoso, Il mulino del Po.
Nell’Italia appena uscita dalla seconda guerra mondiale e dal ventennio fascista, che del Risorgimento aveva imposto una interpretazione nazionalistica e retorica, il regista tenta di guardare a quella vicenda con uno sguardo critico, provando (anche se forse riuscendoci solo in parte) a mostrare le prime conseguenze di una annessione del Sud al Regno d’Italia, che non era stata accompagnata da un progetto di rinnovamento sociale.
La guerra civile, quale di fatto fu quella combattuta tra l’esercito regio e i briganti meridionali, qui prende la forma dello scontro tra i bersaglieri, agli ordini del capitano Giordani, e il brigante Raffa Raffa. Sullo sfondo, la cittadina lucana di Melfi, i cui abitanti finiscono per diventare le vittime della repressione dell’inflessibile Giordani.
Tra il capitano e il brigante s’inserisce però la figura del commissario di polizia Siceli, ex funzionario borbonico sopravvissuto, come molti altri, al passaggio istituzionale dal Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia, e che, all’atteggiamento intransigente di Giordani, ne oppone uno più flessibile, paziente, ma anche cinico, dal momento che, conoscendo a fondo gli aspetti più arcaici e profondamente radicati della società meridionale, Siceli ne sfrutta il particolare modo d’intendere il senso dell’onore, per trasformare la lotta tra i rappresentanti del nuovo Stato e il fuorilegge in un conflitto privato, quello tra un marito offeso (Carmine) e il brigante colpevole di averne oltraggiato la moglie (Zitamaria).
Alla fine sarà proprio il duello tra i due a sconfiggere il brigante, che rimarrà ucciso dalle coltellate di Carmine e non dai fucili dei bersaglieri.
Il film si conclude quindi con le immagini che sembrano esprimere la speranza o forse la convinzione del regista che tra il popolo lucano e i piemontesi, in realtà poveri soldati-contadini chiamati alle leva militare, possa nascere un nuovo rapporto di solidarietà e di condivisione di valori.
Per meglio comprendere il punto di vista del regista, vale la pena ricordare che il film fu girato nel 1952, alla vigilia della grande migrazione interna che dal Sud portò tanti braccianti, che vivevano ancora in condizioni simili a quelle di cent’anni prima, a trasferirsi nelle città industriali del nord Italia, dove diedero un contributo determinante al cosiddetto boom economico e dove, per qualche decennio almeno (anni ’60 – ’70) riuscirono sia pur faticosamente a integrarsi e a trovare un terreno comune con gli operai del Nord nella lotta per i diritti dei lavoratori e per la piena attuazione dei principi costituzionali.
Diverso è lo sguardo con cui Martone, il regista del recentissimo Noi credevamo, osserva invece la vicenda del Risorgimento, senza nascondere l’intenzione di analizzarla anche dal punto di vista del presente, per cui essa emerge come una lotta fratricida, tra Nord e Sud, tra ceto colto e benestante e ceti che restano subalterni, lasciando quindi incompiuta la rivoluzione sociale che il Risorgimento avrebbe potuto produrre.
Per i giovani spettatori di oggi è senz’altro un’esperienza inconsueta guardare un film girato in bianco e nero e in cui gli attori hanno volti, gesti, uno stile di recitazione tanto lontani da quelli del cinema dei nostri giorni e dove a dare la cifra del film sono la sceneggiatura, la regia, la fotografia, non certo gli effetti speciali o l’uso di tecniche digitali o tridimensionali.
Eppure allora per molti aspetti il film poteva apparire all’avanguardia. Non ultimo il fatto che si richiamava apertamente a un genere cinematografico molto popolare negli Stati Uniti, il cinema western di cui maestro indiscusso era John Ford, regista particolarmente amato da Pietro Germi, autore di film famosissimi come Ombre rosse o Il massacro di Fort Apache.
Si tratta di un genere che, dal punto di vista della fotografia e delle tecniche di ripresa, aveva introdotto una vera rivoluzione, utilizzando la cinepresa fissata su carrello mobile per seguire le furiose cavalcate di soldati americani o di pellerossa, sullo sfondo di paesaggi straordinari come quello della Monument Valley.
A quello stile di riprese si ispirò esplicitamente Germi, da alcuni indicato come l’iniziatore del genere Southern (western del sud), quando seguì con la cinepresa la carica dei bersaglieri guidati dal capitano Giordani, impersonato dall’allora popolarissimo Amedeo Nazzari, una specie di nostrano John Wayne (il protagonista di quasi tutti i film di John Ford), e anche quando mise in scena il duello risolutivo, come fosse quello di un film western.
Si può forse osservare che proprio l’essersi ispirato ad un genere cinematografico tanto lontano rispetto non solo alla cultura cinematografica italiana, ma anche al tema centrale del film, e l’aver scelto di ridurre sostanzialmente la “questione meridionale” a una questione privata sono gli elementi deboli del film.
Ma può comunque essere interessante oggi, a distanza di 150 anni, osservare come le vicende del Risorgimento e dell’unificazione italiana furono via via viste e interpretate, anche in relazione a un contesto sociale, politico e culturale in continua trasformazione.
Così, rimanendo nell’ambito cinematografico, può essere utile tornare ai film richiamati nella scheda di presentazione alla già citata pellicola di Martone (Il gattopardo o Senso di Luchino Visconti), ma ad altri come ad esempio quelli proposti in questi giorni dalla rassegna organizzata dall’Amministrazione Comunale di Este, come In nome del Papa Re di Luigi Magni del 1977 o Bronte di Florestano Vancini, girato nel 1972, oltre, naturalmente, allo stesso recente Noi credevamo di Mario Martone.
_ Bianca Tognolo
♦ Il brigante di Tacca del Lupo




